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Paragrafo 8 . Il delitto Matteotti  e la fine delle illusioni.

     
Il  30  maggio 1924, in una delle prime sedute della nuova camera,  il
deputato  Giacomo Matteotti, segretario del PSU, denunci le  numerose
violenze e irregolarit compiute dai fascisti durante la campagna e le
operazioni  elettorali,  e  chiese  che  le  elezioni  stesse  fossero
invalidate.  Il 10 giugno venne rapito e ucciso da quattro squadristi;
il  suo  corpo fu nascosto nella campagna a 25 km da Roma,  dove  sar
trovato due mesi dopo. Quando, a pochi giorni dalla sua scomparsa,  fu
chiaro  che  Matteotti  era stato eliminato dai  fascisti,  una  vasta
ondata  di protesta si diffuse in tutto il paese. Mussolini  cerc  di
calmare  l'opinione  pubblica, sostenendo  la  tesi  dell'incidente  e
prendendo  alcuni provvedimenti atti a dare l'impressione che  volesse
punire i responsabili: costrinse alle dimissioni il generale De  Bono,
direttore generale della polizia, il sottosegretario agli interni Aldo
Finzi  e il capo ufficio stampa della presidenza del consiglio  Cesare
Rossi;  vennero  arrestati  gli  esecutori  materiali  ed  i  presunti
mandanti del delitto; egli stesso cedette il ministero degli interni a
Luigi  Federzoni,  uomo di fiducia della corona  e  capo  del  partito
nazionalista prima che questo si fondesse con il partito fascista  nel
febbraio del 1923.
     Nel  frattempo  i  deputati dell'opposizione, che  il  18  giugno
avevano  abbandonato la camera per protesta, decisero di non rientrare
in  parlamento sino a quando non fosse stata soppressa  la  milizia  e
ripristinata  la  legalit, ritirandosi, come  disse  Filippo  Turati,
"sull'Aventino delle loro coscienze", per analogia con  la  secessione
attuata   dalla   plebe  romana  nel  quinto  secolo   avanti   Cristo
L'iniziativa  era clamorosa, ma non fu seguita da concrete  azioni  di
lotta,  perch  la  maggioranza  delle forze  politiche  riteneva  che
l'ondata di protesta, la loro secessione, l'auspicato intervento della
magistratura, insieme a princpi etici e politici, avrebbero spinto il
sovrano  a  liquidare Mussolini e il suo governo. Tale  strategia  era
contestata  soprattutto dai comunisti, i quali  ritenevano  necessario
promuovere manifestazioni e scioperi per mobilitare le masse
     
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     e,  riprendendo  un'idea  del gruppo della  rivista  "Rivoluzione
liberale" fondato da Piero Gobetti, proposero che l'opposizione  desse
vita  ad  un  antiparlamento.  Tali proposte  vennero  respinte  dalla
maggioranza  moderata dell'Aventino, per il timore che esse  potessero
compromettere   l'intervento  del  sovrano  e   determinare   sviluppi
rivoluzionari.
     L'attendismo  aventiniano consent a Mussolini di  riprendere  il
controllo della situazione e di passare al contrattacco, attraverso il
varo  di  un  decreto  legge fortemente limitativo  della  libert  di
stampa,  in  base  al quale vennero emessi numerosi  provvedimenti  di
sequestro   ai   danni   di  vari  giornali  dell'opposizione.   Altre
circostanze  giocavano a favore del fascismo: il sovrano non  mostrava
alcuna  intenzione di intervenire contro Mussolini; il Vaticano  cerc
con successo di impedire una collaborazione tra cattolici e socialisti
e  indusse  Sturzo  a  lasciare l'Italia;  la  ripresa  dell'economia,
favorita dalla politica liberista, ma soprattutto dalla pi favorevole
contingenza internazionale, faceva crescere il consenso non solo della
ricca e potente borghesia industriale e finanziaria, ma anche dei ceti
medi;   il   generale   indebolimento  del   movimento   sindacale   e
l'atteggiamento moderato della CGdL non riuscivano a  dar  forza  alle
proteste  dei lavoratori. Nel frattempo erano riprese le violenze  nei
confronti  degli esponenti dell'opposizione; Piero Gobetti,  duramente
aggredito  il  5 settembre del 1924, morir nel febbraio  del  1926  a
causa delle lesioni subite.
     I  deputati  comunisti rinnovarono all'"Aventino" la proposta  di
formare  un  antiparlamento; ottenuto un nuovo  rifiuto,  decisero  di
rientrare  alla  camera.  Qui,  il 3 gennaio  1925,  con  un  discorso
sfrontato  e  provocatorio, che testimoniava quanto fosse  consapevole
della  sua  forza  e  della  debolezza dei suoi  avversari,  Mussolini
attacc  duramente le opposizioni: "L'articolo 47 dello Statuto  dice:
"la camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del re  e
di  tradurli dinanzi all'alta corte di giustizia"! Domando formalmente
se  in  questa camera, o fuori di questa camera, c' qualcuno  che  si
voglia  valere  dell'articolo 47 [...] dichiaro qui,  al  cospetto  di
questa  assemblea  e al cospetto di tutto il popolo italiano,  che  io
assumo, io solo, la responsabilit politica, morale, storica di  tutto
quanto  accaduto. [...] Se il fascismo non  stato che olio di ricino
e  manganello,  e  non  invece  una passione  superba  della  migliore
giovent   italiana,  a  me  la  colpa!  Se  il   fascismo      stato
un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a
delinquere!". Alle provocazioni seguirono le minacce ("Voi state certi
che  nelle  quarantotto  ore  successive a  questo  mio  discorso,  la
situazione sar chiarita su tutta la linea"), che saranno puntualmente
messe in atto.
